sabato 19 maggio 2018

Yungas Jungle

​Antes de iniciar el viaje en motos de San Antonio de los Cobres, diversas circunstancias nos llevaro a compartir con Claudio, Franco y Mauricio unos agradabes paseos en la Istana "Pensa Coreano" de Mauricio. Digamos que Mauricio supo ponerle emocion a esos caminos.

El 30 de abril, el primer destino fue la para nosotros desconocida Selva Jujeña, llamada de las Yungas. Son selvas de montaña y bosque andino. Llegamos al medioadia, hacia mucho calor, nuestra primer caminata a una laguna, nos hizo sentir el rigor del calor y la humedad de la Selva...

Vimos varios insectos asombrosos, un Mamboreta o mantis religiosa grande, de 20 cm y el grosor de una birome, de color marron leño que se movia lento por el camino. 

Una polilla de colores apagados, que cuando se lanzo a volar resulto ser una bella mariposa, tenia el interior de las alas color azul muy intenso y las puntas de las alas de un color rojo fuego que se movian de forma muy elastica, digna de la pelicula avatar. 

Tambien vi unos mosquitos que se paraban con mucha habilidad en el agua de un arroyo y aprovechaban perfectamente las zonas de corriente y remanso para pescar.

Caminos de tierra roja, senderos sobrios y oscuros en partes o de verde brillantes atravesados por haces deluz, cubiertos de helechos, lianas y verdines.

Fuimos muy bien recibidos por el guardaparques que nos facilito folletos de informacion sobre el parque.

Despues de pasear tuvimos un almuerzo reparador a cargo de Mauricio, que no se de donde sacaba siempre algun almuerzo para reconfortarnos en esos descansos, en una hermosa mesa de troncos en mediuo de la selva, rodeados de cantos de pajaros, que nos hicieron saber que tambien ahi debemos volver.

Gonzalo



Prima di iniziare il viaggio in motocicletta da San Antonio de los Cobres, varie circostanze ci hanno portato a condividere con Claudio, Franco e Mauricio piacevoli passeggiate nell'Istana "Pensa Koreano" di Maurici.

Diciamo che Mauricio sapeva come mettere emozione in quelle strade.

Il 30 aprile, la prima destinazione era la sconosciuta Jungle Jujeña, chiamata Yungas. 

Sono foreste di montagna e foreste andine. Siamo arrivati a mezzogiorno, molto caldi, la nostra prima passeggiata in una laguna, abbiamo sentito il rigore del caldo e dell'umidità della giungla.

Abbiamo visto diversi insetti fantastici, una Mamboreta o una grande mantide religiosa, 20 cm e lo spessore di una penna, di legno marrone che si muoveva lentamente lungo la strada.

Una falena di colori tenui, che quando fu lanciata per volare si rivelò essere una bellissima farfalla, aveva l'interno delle ali blu molto intenso e la punta delle ali di un rosso fuoco che si muoveva di forma molto elastica, degna del film di avatar.

Ho visto anche alcune zanzare che si trovavano con grande abilità nell'acqua di un ruscello e hanno sfruttato appieno le zone correnti e arretrate per pescare

Strade di terra rossa, sentieri scuri e scuri in parte o verde brillante trafitti da fasci di luce, coperti di felci, liane e verdine.

Siamo stati accolti molto bene dal ranger del parco che ci ha fornito depliant informativi sul parco.

Dopo aver camminato abbiamo fatto un pranzo di riparazione da Mauricio, che non sapeva come, o dove ha sempre pranzato per confortarci in quelle pause

Gonzalo









venerdì 18 maggio 2018

Salar De Uyuni

Il Salar è un pezzo di cielo caduto sulla terra.

Detto della gente di Uyuni. 

Il Salar de Uyuni è il deserto di sale più vasto del mondo, con una superficie di 12000 km quadrati, a 3500 metri di altitudine: i vari strati di sale arrivano fino a 120 metri di profondità. 

Il suo aspetto varia con le stagioni: nei periodi caldi compare sulla superficie uno strato di diversi centimetri d'acqua che riflette il moto delle nuvole e i colori del cielo. Sembra che l'acqua esca attraverso delle buche sulla superficie del deserto soprannominate da un'antica leggenda Ojos de Salar, occhi del deserto di sale, che in certe condizioni di luce sono quasi invisibili diventando molto pericolose. 

Nella stagione più fredda, come la attuale, la superficie è dura e compatta in un infinito susseguirsi di figure esagonali disegnate dal sale. Abbiamo deciso di venire in questo periodo per percorrere il Salar in moto, ma le informazioni sul suo stato sono piuttosto controverse , almeno per quanto ne riguarda l'ingresso. Il Salar è compatto, ma sembra che per entrare ci siano circa 150 metri di sale sciolto, fango e lunghi tratti con 20 cm d'acqua, con un fondo scivoloso che potrebbe metterci in difficoltà. D'altra parte la voglia di vivere questa esperienza è troppo forte per rinunciare, quindi prendiamo le moto e ci avviamo per i 20 km che ci separano dal Salar lasciando bagaglio e borse in albergo per viaggiare più leggeri. Arrivati nel piccolo borgo di Colchani, attraversiamo un binario improbabile e, dopo aver assistito increduli al passaggio di un treno, in pochi minuti ci troviamo ai margini dell'immensa distesa bianca. 

In effetti l'ingresso appare problematico: ci sono ampie pozze d'acqua con fondo scivoloso intervallate da zone di fango profondo e vischioso che non si presenta affatto rassicurante. Mentre perplessi discutiamo sul da farsi, passa un motociclista evidentemente locale che inizia con grande sicurezza un percorso a serpentina ai margini del Salar per poi guadagnare la superficie bianca e avviarsi deciso verso l'interno a velocità sostenuta. Franco salta in moto e lo segue immediatamente, Claudio ed io facciamo altrettanto.

Seguiamo le tracce del motero locale come Tex Willer quando è a caccia di banditi, attraversiamo le pozze, superiamo il fango infido e vischioso con non poche difficoltà, le Dominator ancora una volta danno prova del loro valore e finalmente siamo sul Salar. 

Imbocchiamo timidamente una pista e la percorriamo in fila indiana, prudenti e timorosi nell'affrontare quella divinità dormiente che giace sotto le nostre ruote in attesa di essere violata. 

Nel culto dei vari popoli appartenenti agli Aymara, che vivevano nelle terre tra il lago Titicaca, l'attuale Bolivia sud occidentale e il nord dell'Argentina, oltre a Thunupa, Dio della pioggia del sole e della grandine e a Pachamama, la Madre Terra, erano presenti divinità locali rappresentate dalle montagne protettrici, Awki o Achachila.

Nelle antiche leggende Aymara le tre montagne che circondano il Salar erano tre giganti: Tunupa, il grande vulcano, era una donna di grande bellezza, Kusku era un maschio forte e aitante, Kusina una donna dal fascino misterioso e seducente. 

In quel tempo in cui le montagne avevano un corpo e un'anima Tunupa si innamorò di Kusku e dal loro amore nacque un figlio. Presto però Kusku fu preda di Kusina, la grande seduttrice, e tradì la sua compagna che, delusa e amareggiata, versò sulla pianura di Uyuni un fiume di lacrime e tutto il latte del suo seno, dando luogo all'immenso Salar. 

In un'altra analoga leggenda Tunupa era una bellissima fanciulla che aveva partorito una meravigliosa bambina. Poiché tutti gli uomini erano innamorati di lei, le altre donne rapirono la bimba per vendetta.

Il dolore di Tunupa fu così forte e il suo pianto tanto irrefrenabile che il fiume delle sue lacrime allagò i campi e li rese sterili, lasciando solo un immenso deserto di sale. 

Pochi minuti per prendere confidenza con quella superficie così inusuale e cominciamo a uscire dalla pista e a perderci nell'immensità di quel bianco . È una sensazione indescrivibile lanciare la moto a tutta velocità in quello spazio senza confini e senza nessun ostacolo che ti precluda la vista. 

E corro, corro, la moto sembra volare verso un orizzonte circolare dove il bianco e l'azzurro si fondono a 360 gradi, compio evoluzioni, giro, torno indietro riparto, è meraviglioso, è qualcosa di paragonabile forse all'assenza di gravità, è quello che accade al nostro spirito quando finalmente riesce a sciogliersi da tutti i legami che lo tengono compresso a terra e si libra nello spazio in una dimensione nuova ed assoluta.

È un momento che esalta alla massima potenza l'essere soli in sella alla moto, ci si sente in sintonia con l'universo, vorresti che quella folle corsa verso il nulla non finisse mai. Mi sento come drogato, la mente vola leggera e fuori controllo, in un attimo mi passano davanti agli occhi tante immagini della mia vita e mi rendo conto in un meraviglioso istante di essere un uomo baciato dalla fortuna: ho fatto un lavoro bellissimo che mi ha riempito la vita, ho due figlie stupende e una donna che mi ama, e ora sono qui, con i capelli bianchi, a vivere con tutto me stesso questa esperienza incredibile, questi attimi e queste sensazioni che non dimenticherò mai. 

E piango.

Piango dentro il casco, a singhiozzi e lacrime, piango mentre volo in quella immensità: se la felicità è un attimo, quell'attimo è adesso.

Dino
















mercoledì 16 maggio 2018

Sono risalito in sella

Sono risalito in sella ed è già una bella sensazione.

La mia Dominaror Azulejo come la chiamano qui, mi sembra un giocattolo rispetto alla Bmw 1150 R che guido abitualmente a Roma. Non è molto comoda per salire e scendere di sella, è piuttosto alta e non consente appoggi sicuri si entrambi i piedi. In compenso è leggera alla guida e maneggevole. La coppia bassa consente una guida agevole e le basse velocità di crociera (110 km/h max) non destano particolari preoccupazioni nelle curve. Il problema sono più io, non mi sento eccessivamente sicuro, temo le vibrazioni e gli eccessivi sforzi sulla spalla, temo le cadute che per me potrebbero risultare rovinose, temo sopratutto il ripio e I repentini cambiamenti di situazione ai quali bisogna adattarsi tempo reale.

Comunque partiamo da Salta su asfalto, ho indossato il tutore clavicolare che non mi protegge, come mi hanno detto i colleghi, ma che mi ricorda di tenere le spalle larghe e la schiena dritta. La giornata scorre tranquilla, percorriamo la 9 finora Huamacacha, dove ci fermiamo a dormire. All'indomani mattina a colazione, la sorpresa: ci sono Myriam e i genitori, quelli incontrarti sul Tren a la nubes che mi hanno offerto le mie prime foglie di coca. Saluti, baci e abbracci e si parte per La Quica, frontiera boliviana. La strada e buona tranne pochi km di ripio che mi consentono di testare la mia performance. Non va male, guido un po' più lento dei miei companeros che dimostrano la massima comprensione nei miei confronti aspettandomi quando mi attardo. Va bene anche la tappa successiva fino a Tupiza, dove il ripio mi consente di studiare la mia compliance con la moto. Assumo una posizione con schiena iperestesa, spalle e braccia larghe: ricordo un bulletto con la la vespetta negli anni 60, ma in questo momento l'estetica è l'ultimo dei miei problemi. Tengo saldamente il manubrio con la destra, che non si distacca mai dalla manopola del gas, per regolare la velocità, mentre la sinistra , che è quella della clavicola rotta, è appena appoggiata cautamente con tre dita, soltanto per controbilanciare eventuali bruschi scarti dello sterzo, minimizzando le vibrazioni trasmesse alla spalla.

Per il resto metto a frutto l'esperienza degli anni precedenti giocando con la distribuzione dei pesi, esercitando pressione sui predellini e facendo lavorare cosce e gambe.

All'indomani partiamo da Tupiza diretti a Uyuni, è domenica è tutto chiuso non riusciamo a prendere neanche un caffè. Imboccchiamo la strada ma siamo costretti a tornare indietro dopo una ventina di chilometri di asfalto , abbiamo saltato un bivio. Riprendiamo la via insieme a 4 moteros brasiliani vestiti uguali su un ripio tosto e polveroso. Al primo bivio loro prendono a destra, noi non ci fidiamo, infatti dopo poco tornano e prendono l'altra direzione che noi avevamo identificato. Vanno avanti rapidi e noi li perdiamo di vista. Io me la cavo, ma rispetto ai miei standards vado più piano, tengo mediamente una marcia più bassa di quanto avrei fatto lo scorso anno, cerco di minimizzare lo sforzo sul braccio sinistro aiutando i movimenti con il destro, e con tutto il resto del corpo, piedi sulle pedane in primis, a volte alzandomi sui predellini. Al bivio successivo, ovviamente non segnalato, chiediamo lumi agli abitanti di un gruppo di case che ci indicano di andare a destra. Ci arrampichiamo sul versante di una collina con pendenze piuttosto ripide e un ripio assai polveroso e infido, spalmato su tornanti pieni di buche e sassi; io salgo molto lentamente, prima/seconda, non mi fido e la ma Dominator mi asseconda come meglio può. Scavalchiamo il passo con vedute mozzafiato, con gole artificiali tra rocce rosse e verdi scavate per centinaia di metri dalla mano dell'uomo come una profonda ferita nella terra, che si aprono su estese vallate in cui dominano il verde, il grigio, il giallo e il marrone sotto un cielo di un azzurro intenso con brani di nuvole strappate. Purtroppo non ho tempo per ammirare quello spettacolo mozzafiato sono molto concentrato sulla guida ma quegli scorci mi rimangono negli occhi. Improvvisamente spuntiamo sull'asfalto di una strada nuova di zecca, completamente deserta, che ci porterà fino alla città mineraria di Atocha e da lì, dopo una breve sosta, fino a Uyuni.

Dino













sabato 12 maggio 2018

Tren a las nubes

Sono a Salta, la prospettiva di trascorrere due giorni in solitudine aspettando i miei compagni di ritorno dal giro nella Puna non mi spaventa ma non ho alcuna intenzione di star rinchiuso in una stanza per quanto confortevole essa sia. Il Tren a las nubes mi tenta: è una gita impegnativa che dura una giornata, il prezzo è ragionevole, ma parte soltanto martedì e sabato, quindi io potrei solo domani. Con internet e telefono non ottengo nulla, prenotare per domani è impossibile. Vado a cercare un info point dove mi invitano a rivolgermi a un ufficio in una traversa della piazza centrale. La ricerca di per se non agevole è complicata dall'abitudine dei Saltegni di dare alle strade più appellativi e dalla quasi totale assenza dei numeri civici. Trovo la shopping gallery dove dovrebbe essere allocato il misterioso ufficio, salgo al primo piano come da indicazioni, ma niente. Mi aggiro nella galleria in cerca di questo fantomatico box 33 e alla fine lo trovo su un mezzanino, seminascosto. L'impiegato è gentile, mi spiega tutto e mi dice che gli è rimasto un solo posto per l'indomani. Detto fatto, passaporto, carta di credito, si va.

Il progetto di costruire la Ferrovia Transandina del Norte, nota come Ramal C-14, nacque nel 1905 e vide la luce solo nel 1921, quando iniziarono effettivamente i lavori che vennero completati nel 1948. La grande opera, concepita dall'allora presidente Hipolito Irigoyen, prevedeva il collegamento tra Salta e Antofagasta, città portuale cilena, con un percorso di 903 km attraverso il Passo della Socompa; si intendeva realizzare un collegamento diretto tra la Capitale della Provincia del Nord Ovest con il Cile e l'Oceano Pacifico, in anni in cui la ferrovia veniva considerata la migliore alleata per lo sviluppo dell'Argentina. Era, nel suo insieme, un'opera titanica, che fu realizzata sotto la direzione dell'ingegnere americano Richard Maury: ai lavori, svoltisi in condizioni di grande difficoltà, parteciparono più di 2000 operai, per lo più immigrati tra i quali anche un certo Joseph Broz, che sarebbe poi diventato tristemente noto con il nome di Maresciallo Tito.

La capricciosa geografia della zona moltiplicò le difficoltà che Maury riuscì a superare con un progetto basato su tre caposaldi: non azzardare pendenze maggiori del 2,5%, non disegnare curve maggiori di 120 metri di raggio, tener sempre presente i suggerimenti dei locali.

La ferrovia visse alterne vicende fino al 1971, quando tramontò definitivamente il progetto di implementare un servizio merci e passeggeri su quella linea: i binari dei due Paesi non erano compatibili per la diversa qualità del legno delle traversine, troppo morbide quelle cilene per le locomotive argentine.

La stessa Commissione che decretò il fallimento del progetto concepì allora l'idea di un treno turistico tra Salta e il Viadotto La Polvorilla con un percorso di 428 km tra andata e ritorno attraverso splendidi paesaggi di notevole policromia. In questo breve viaggio, che durava un'intera giornata, si saliva dai 1287 m di Salta ai 4186 di La Polvorilla attraverso ponti, tunnel, viadotti in un tragitto di notevole bellezza.

In realtà oggi rimane agibile soltanto un breve tratto di 23 km tra San Antonio de los Cobres e il viadotto La Polvorilla, tutto il resto è purtroppo caduto in disuso. Se si vuole prendere il Tren a las nubes, il programma prevede partenza in autobus da Salta, treno a San Antonio de los Cobres, andata e ritorno al viadotto La Polvorilla, poi di nuovo bus fino a Salta. Non ci sono altre alternative.

Sveglia alle 5 per finire di assemblare i bagagli, oggi mi trasferiscono nel mega appartamento preso insieme ai miei companeros che arriveranno domani sera, caffè solubile e via, una buona mezz'ora di cammino a passo spedito per arrivare al check in alle 6.30. Alle 7 in punto si parte in pullman (i bus sono tre, tutti pieni) diretti a San Antonio de los Cobres, a circa 150 km da Salta, dove arriveremo dopo 4 ore di viaggio, con soste per miradores (tra i quali un'altro magnifico Cierro dei 7 colores), fotografie, caffè, toilette etc.

L'esperienza è abbastanza scioccante, perché di fatto si scalano le Ande, salendo in poche ore da mille a più di quattromila metri sul livello del mare, fino al "paese delle nuvole".

Nella prima parte del viaggio si attraversa la Cordigliera Orientale, cioè la valle di Lerma, per entrare nella Quebrada del Toro, nella quale il fiume ha scavato il suo letto sfruttando una profonda faglia della superficie terrestre, quasi una lacrima sulla crosta geologica andina.

La ruta 51 si snoda nella Quebrada tra ampie valli verdeggianti circondate da montagne grigie e rosse completamente brulle, che vengono sostituite da alte pareti di ardesia grigio verde dove crescono solo i cactus ma ancora per poco, perché il riscaldamento globale sta uccidendo anche loro: di tanto in tanto lo sguardo si apre su tornanti e vallate rocciose, di selvaggia bellezza in cui dominano il bianco sporco e il grigio chiaro. Dopo l'ultima tappa a El Afarcito, dove comincio ad avvertire un vago mal di testa da altitudine, il nastro di buon asfalto comincia a correre in un panorama affatto diverso, con ampi orizzonti dove la sguardo si perde in un tripudio di giallo verde e marrone: la Puna.

Siamo già a quasi 3000 metri e l'altopiano comincia a disvelarsi con ampi scorci su vasti spazi che ci accompagnano fino a San Antonio de los Cobres. Il Tren a la nubes ci aspetta e parte puntuale con un'andatura molto turistica intorno ai 30 km ora, tra pareti rocciose a destra e vasti scorci sugli altipiani a sinistra: la Puna, la regione delle saline e dei vulcani, il deserto in altitudine rigoroso e inospitale, considerato secondo nel suo genere solo agli altopiani del Tibet. Il mio vicino di posto, un Argentino molto simpatico, nota il mio disagio e mi offre una manciata di foglie di coca, che comincio a masticare religiosamente fino a che non scompare il mal di testa. Nel frattempo lo sguardo si perde in orizzonti di colori diversissimi, dalle sfumature dei grigi e dei verdi fino ad ampi spazi in cui dominano il giallo e il marrone, quasi una infinita pelle di leopardo. Il treno prosegue attraversando miniere d'argento abbandonate, vulcani basaltici neri, saline immense...

Fino al Viadotto di La Polvorilla, che lascia senza fiato.

È un viadotto curvo, lungo 224 m, in cui i binari sono alti 63 m rispetto al fondo del burrone che attraversa, unico al mondo nel suo genere. Fu costruito tra il 1930 e il 1932 dalla fabbrica italiana Monfalcone, assemblato nelle officine della compagnia Cosulich, a Trieste e testato in un vicino burrone. Successivamente fu imballato pezzo per pezzo e trasportato via nave al porto di Buenos Aires, per essere terminato di montare nel 1932.

Il viadotto fu definitivamente abilitato solo nel 1939.

Ai nostri occhi si presenta uno spettacolo incredibile, dove l'opera dell'uomo si va ad incastonare in uno scenario naturale mozzafiato: le due pareti del profondo burrone sono unite da un grande arco, sostenuto da un'impalcatura di ferro imperniata su grandi tralicci centrali che raggiungono il fondo del crepaccio a varie altezze. E' un'opera complessa e magnifica, che ribadisce la grandezza e le immense capacità della razza umana, quando ben indirizzate.
 
Dino
 









venerdì 11 maggio 2018

La Puna

La Puna è la parte nord-occidentale dell'Argentina al confine con il Cile e la Bolivia. E' una zona di altopiani a 3500m attraversati da numerose catene montuose, di cui alcune di origine vulcanica. E' una zona desertica di una bellezza emozionante perché gli spazi sono sconfinati, le montagne hanno colori diversi e mutevoli con l'ora del giorno, i salares sono tra i più grandi al mondo, le lagune, grazie alla presenza di alcuni tipi di alghe, sono coloratissime. Ci sono poi vere e proprie singolarità naturalistiche come il cono di Arita, geometricamente perfetto nel mezzo del salar di Arizaro, un' altissima duna bianca di sabbia finissima che costeggia un campo di pietre pomice dalle forme incredibilmente varie, il tutto generato da un vulcano nerissimo ai cui piedi si stende una laguna verde. E poi cactus altissimi sullo sfondo di ghiacciai di oltre 6000m, insomma un posto veramente unico e spettacolare, dove viene voglia di fermarsi continuamente a far foto perché sembra di poter cogliere colori e forme sempre diverse.
Nonostante la presenza di alcuni vecchi impianti minerari dismessi, la Puna e' un area davvero remota, a cui si accede con lunghe strade sterrate, spesso solo piste in cattive condizioni, che richiedono grande attenzione nella guida della moto. I pochi centri abitati, a grande distanza l'uno dall' altro, non hanno molto da offrire se non la sensazione di essere in un luogo fuori dal mondo, dove la natura regna sovrana. 
La Puna è poco conosciuta dagli Argentini stessi e infatti il mio desiderio di esplorarla, prima di passare in Bolivia, ha stimolato l'interesse dei nostri amici, al punto da indurre Mauricio a fare 5000 km da Ushuaia per unirsi a noi, recuperando strada facendo, suo fratello Gonzalo con relativa moto. E perfino Antonio, che vive a Salta, quindi in zona, non si era mai avventurato nella Puna ed ha colto l'occasione al volo, ricomprandosi la moto da enduro che si era appena venduto. Siamo partiti quindi in 5 moto senza macchina d'appoggio, percorrendo in 6 giorni 1500 km, di cui la metà su sterrati e piste dove abbiamo incontrato pochissimi altri mezzi. In uno dei giorni mi sembra di ricordare di avere incrociato una sola macchina, al punto di essere stato contento di avere con me un satellitare per qualsiasi evenienza. Ma lo spirito non è stato quello di vivere un'avventura  motociclistica ma piuttosto quello di immergersi in una natura bellissima e ancora molto poco aggredita dall'uomo. E devo dire che in questo la moto aiuta molto perche',  a differenza della macchina che ti isola dall'ambiente esterno, in moto si avverte immediatamente la natura del terreno, il caldo e il freddo, gli odori, il vento. Insomma una partecipazione molto più diretta e intensa alla spettacolare natura della Puna.

Claudio