domenica 22 gennaio 2017

Ada

Ci accoglie nella sua casa adibita a Bed and Breakfast nella parte alta di Ushuaia  una dolce signora di mezza età , piccola e paffuta con due grandi occhi allegri che gli occhiali non riescono a nascondere, il viso sereno e vivace incline al sorriso. 
E' una donna dolce e riservata che adora gli italiani, con la quale è naturale trovarsi dopo cena nella piccola cucina adibita a sala colazioni per fare due chiacchiere davanti ad un bicchiere di vino. 
E racconta, Ada, la sua vita con grande facilità mista a un grande riserbo sulle emozioni legate agli avvenimenti cruciali della sua vita, quelli che ti segnano e determinano per sempre il tuo destino.
Nata e vissuta a Buenos Aires, nipote di  immigrati italiani arrivati in Argentina tanti anni fa, si era sposata con Felipe, l'amore della sua vita, e aveva avuto due figli, un maschio e una femmina, entrambi bellissimi. 
La sciagurata guerra delle Malvinas le aveva stravolto la vita.
L'Argentina viveva  una profonda crisi economica che aveva portato la gente in piazza  a contestare la Giunta militare che governava il Paese. Il presidente, generale Galtieri, tentò di distrarre l'opinione pubblica facendo leva sul  sentimento nazionale e   rivendicando all'Argentina la sovranità  delle Isole Malvinas, dominio coloniale inglese fin dal 1833. Il 1 aprile del 1982 forze da sbarco argentine occuparono le Falklands affermando sovranità e pieno controllo su tutto il territorio. La reazione inglese non si fece attendere e forze navali attaccarono le isole riconquistandole dopo sanguinosi combattimenti, nel corso dei quali l'incrociatore Generale Belgrano fu  affondato.
Felipe era sul Belgrano e fu una delle duecento vittime di quella sciagura che stravolse  la vita di Ada e fece precipitare la crisi economica del Paese,
La giovane si rimbocco' le maniche, rispolvero' il suo diploma in ragioneria e si mise a cercar lavoro: fece di tutto pur di mantenere i suoi figli e, finalmente trovò un impiego alla Skoda che aveva aperto degli uffici in città.
L'economia del Paese andava a rotoli: tra la fine degli anni '70 e I primi anni '80  si accumulò un enorme debito per finanziare progetti incompleti o fallimentari, come la guerra delle Falkland o il trasferimento allo stato del debito privato. Alla fine del governo militare le imprese argentine erano al collasso e la disoccupazione era arrivata al 18% Il ritorno alla democrazia nel 1983 non miglioro' le cose: il Presidente Alfonsin fece vari tentativi di stabilizzare l'economia ma l'inflazione andò fuori controllo salendo dal 20 al 200 %. I salari reali si dimezzarono, gli investitori abbandonarono l'Argentina, la disoccupazione raggiunse livelli elevatissimi.

La Skoda chiuse gli uffici e Ada si ritrovò senza lavoro con due figli ancora piccoli. Una notte  Felipe le apparve in sogno, bello come lei lo ricordava, e le disse di raggiungerlo, laggiù in quel mare che lo aveva inghiottito e Ada prese la sua decisione. Vendette la casa e si trasferì da sola con i bambini in Terra del Fuoco: Ushuaia, nata come insediamento militare e poi come colonia penale, stava sviluppando una notevole vocazione turistica, favorita dalla sua particolare posizione sulle acque del Canale di Beagle con le montagne imbiancate di neve che si riflettono nell'azzurro del mare.  Stava diventando la meta del turismo estremo, come la Patagonia con i suoi miti, la ruta 40, le Ande, il monte Fitzroy, il Perito Moreno, il ghiacciaio scivolato nel lago... ma sopratutto Ushuaia cominciava a curare la sua immagine di città più a sud del mondo, attirando viaggiatori da tutto il mondo sulle orme di Chatwin e di Sepulveda. Compro' la sua nuova casa a Ushuaia e comincio la sua nuova attività di albergatrice, nel posto più vicino a dove riposava Felipe che avesse potuto trovare. È serena, Ada, una lacrima le scorre sulla guancia mentre con la voce rotta dall'emozione mi dice: "Sono nonna, sai? Ho sei nipoti, ora, e sono proprio una donna felice" .

Dino

sabato 21 gennaio 2017

Primo giorno in moto

Finalmente ci mettiano in moto (sotto tutti i punti di vista).
Dopo 3 gg a Ushuaia (bella città non c'è che dire) oggi siamo partiti e ci siamo sciroppati 440 km fino a Cerro Sombrero (quasi sullo stretto di Magellano).
Però non e stata semplice.
Intanto c'erano da recuperare i permessi di estensione delle moto, poi sottoscrivere le assicurazioni, verificare la manutenzione delle moto.
Ed ecco la prima sorpresa: la moto di Dino ha una banale molla sulla distribuzione che è rotta. Un gingillino, essenziale, da 4 € che però ad  Ushuaia non esiste. Qui entra in pista il Salvatore (Mauricio) che, trova il pezzo su internet, lo ordina e lo fa arrivare in aereo da Buenos Aires mentre organizza 1000 altre cose.
Peccato che il pezzo arriva all'ultimo giorno utile e che il meccanico, ahinoi, è  risucchiato da un altro intervento  a 100 km di distanza. Alla fine la soluzione è stato un intervento in notturna, terminato nell'ultima notte disponibile, con Dino seriamente preoccupato della riuscita. Vedasi al riguardo la foto dell'assonnato meccanico alla riconsegna del mezzo al mattino.
Ushuaia è una graziosa cittadina posizionata in una splendida baia. Ritornare qui ci ha esaltati ma l'inattività ci ha un po' condizionati. 
Rivedere Mauricio, Sandra e le moto è stato un bel momento. Ritornare da Osvaldo, lo spedizioniere che ci ha consegnato le estensioni doganali, ha avuto un effetto elettrizzante. Dino si è lanciato a scrivere ed ha in cantiere un paio di articoli per personaggi incontrati e che sono veramente degni di nota.
Nel complesso le moto sono abbastanza acciaccate ma "desiderose" di partire.
Peccato che la mia sia stata urtata dal meccanico e cadendo sia siano spaccati il cupolino e lo spoiler.
Riparati ed attaccati alla belle meglio si sono già rotti al primo ripio. Appunto il ripio (vedi foto "Fin de pavimento"). È stato anche bello ritrovarlo nonostante le difficoltà della guida perché é un po' come un ambiente difficile che si ritrova ma che si sa gestire. Dei 440 km ne abbiamo fatti un centinaio di ripio e le condizioni all'arrivo notturno ci hanno visto assumere la nota impolverata da motociclista patagonico infeddolito e desideroso di doccia (com'è effettivamente stato). Bella calda, avvolgente, rigenerante doccia.
Peccato solo per l'arrivo alle 23:15 che ci ha precluso la cena sostituita da panini (peraltro ottimi) e birra. Insomma oggi solo panini ma dopo la magnifica cena di commiato da Ushuaia un po' di "dieta" non guasta.

Franco 

mercoledì 18 gennaio 2017

Il Viaggio

Viaggiando in lungo e in largo per il mondo ho incontrato magnifici sognatori, uomini e donne che credono con testardaggine nei sogni. Li mantengono, li coltivano, li condividono, li moltiplicano.

Io umilmente, a modo mio, ho fatto lo stesso.

Luis Sepulveda


Saltare sulla moto per andare incontro a spazi immensi su strade infinite, un'esperienza completamente immersa nel presente, con sensazioni tanto forti da bruciarsi nell'attimo stesso in cui sono vissute.

Ritrovare cose già lette, viste e sentite, archetipi degli anni giovanili, la rottura con il consueto, l'interruzione del quotidiano, il ribaltamento degli schemi, l'essere artefici del proprio destino, la ribellione al cosa si deve nella ricerca del cosa si vuole, dal mito di Ulisse agli eroi minimi di Sulla strada, da Omero a Kerouac scomodando tra i due un sacco di altra gente.

Sogni di uomini adulti, alle soglie della vecchiaia, che non si arrendono allo scorrere del tempo e al declinare delle energie e decidono di lanciarsi in quella dimensione un po' mitica un po' onirica trasmessa dalla cultura degli anni sessanta che ha influenzato e caratterizzato un'intera generazione.

Questo viaggio è tante cose: qualcuno lo ha definito avventuroso, eroico e muscolare, qualcun altro iniziatico o ancora una sfida con se stessi; di fatto è un'esperienza intima ma al tempo stesso largamente condivisa con tanti amici che ci sostengono, ci incoraggiano, sinceramente e sanamente ci invidiano.

E' tante cose questo viaggio: la Patagonia, i suoi spazi immensi, le strade senza fine, i panorami mozzafiato, le montagne, i laghi, i ghiacciai; la Terra del Fuoco, il Finis Terrae e Ushuaia, la città all'estremo limite del mondo, con quel nome dolce come un sussurro, moderno sostituto delle colonne d'Ercole, la meta assoluta; le motociclette, i nostri cavalli d'acciaio, simbiotiche compagne d'avventura che ci fanno sentire e vivere la strada; il vento che ci costringe a guidare inclinati a 60 gradi, resistendo agli schiaffi delle raffiche; il caldo, il freddo, la pioggia, lo sterrato, il fango, sfide quotidiane che ci fanno sentire il sapore della libertà; le persone che incontriamo per strada e sulla strada (c'è solo la strada su cui puoi contare, la strada e' l'unica salvezza, cantava Gaber un po' di anni fa), con le loro storie, i loro vissuti, tutti alla ricerca di qualcosa e tutti legati dal contatto con il vento e con l'asfalto; noi tre, the three italian bikers, come ci hanno soprannominato con un po' di piaggeria alla dogana di Buenos Aires, con caratteri e vite così diverse ma accomunati dal medesimo sogno,

È tante cose questo viaggio, è il susseguirsi di momenti di scoraggiamento con altri di rinnovata fiducia in noi stessi, di timore reverenziale nei confronti di una natura dura e difficile, di profonda stanchezza, di esaltazione davanti alle prove superate, di meraviglia di fronte agli immensi spettacoli offerti da questa terra.

È il Viaggio.

Dino




martedì 17 gennaio 2017

La pioggia

La vestizione del mattino non è semplice tra pantaloni e giacche, maglie, casacche e giubbetti, calze e scarponcini, sempre i più complicati da infilare, stretti e rigidi come sono. Poi l'assemblaggio del bagaglio, la fase uno in camera per richiudere le borse stracolme di abiti ed equipaggiamento con clips auto bloccanti e con le cinghie, la fase due per fissarle alla moto con altre cinghie passanti da assicurare al telaio: insomma, un lavoro quotidiano che si sopporta solo perché ci consente un'altra giornata di libertà e perché fino alla sera non dovremmo più metterci mano...

Si parte finalmente, ma dopo poco l'aria si rabbuia, non mantiene le promesse, il cielo azzurro con stracci di nuvole sparse del mattino viene via via sostituito da ombre scure che vanno confluendo sempre più minacciose.

Quando piove tutto cambia. Sulla strada in moto bisogna anche essere ottimisti, si resiste per un pò sbagliando perché nel frattempo il tempo peggiora, la moto lanciata sul nastro d'asfalto va incontro al nero delle nuvole basse e alla fine siamo costretti a fermarci: non siamo noi a decidere, è la pioggia che ci obbliga.

Naturalmente ci fermiamo dove possibile, in aperta campagna senza riparo e senza appoggi, con l'erba già bagnata sotto i piedi. Dove sarà la tuta da pioggia? In una delle borse laterali naturalmente, peccato che siano state imbragate con le cinghie e che per arrivare ad aprirle sia necessario praticamente tirar giù anche il borsone messo di traverso. Smoccolando in silenzio eseguo tutte le manovre e naturalmente apro la borsa di destra, peccato che la tuta sia in quella di sinistra! Entro finalmente in possesso della tuta da pioggia, la svolgo, infilo il piede e... lo scarponcino non passa, bisogna ricominciare tutto da capo. Ma la gamba della tuta non è aperta sotto? No, non è aperta, bisogna togliere lo scarponcino. Lo smoccolamento ha raggiunto livelli siderali, ma non siamo ancora all'acme. Mi tolgo gli scarponcini e indosso la tuta: questa si blocca a metà schiena perché naturalmente non l'ho presa larga a sufficienza quindi mi calza giusta in ossequio al senso estetico che ha sempre influenzato le mie scelte scellerate e per farla risalire sulla giacca da moto a tre strati con protezioni a spalle e gomiti ci vorrebbe un esercito di valletti. Naturalmente continua a piovere sulle tamerici salmastre e sui nostri volti silvani mentre con l'aiuto di uno dei miei compagni sono finalmente riuscito a calzare quella specie di tuta da astronauta. Ora ingolfato come un omino Michelin (maglietta, sweater, giubbetto, giacca a tre strati e tuta da pioggia) devo rimettermi gli scarponcini, impresa che richiede almeno quindici minuti ogni mattina in albergo e in condizioni ideali: inutile dire che si sono bagnati i calzettoni sulla pianta per cui non scivolano e l'impresa mi getta nella più profonda disperazione. Sono tutto sudato dentro e bagnato fuori, sempre sotto la pioggia battente, ma finalmente risalgo a fatica sulla moto come un novello Armstrong che mette il piede sulla luna, mentre i miei compagni sono già pronti a cavallo con il motore al minimo e mi guardano in trepida attesa.

Ci sono, ho indossato la tuta, rimesso gli scarponcini, richiuse le borse, fissato il bagaglio, strette le cinghie, calzato il casco... i guanti, prendo quelli più pesanti, i Dainese imbottiti mai messi prima e... con le mani bagnate non calzano nemmeno a cannonate. Riesco a fatica a infilarne uno ma con la mano in quella specie di guantone da boxe l'impresa di calzare l'altro con il duplice strato felpato all'interno non è nemmeno paragonabile a quello che fa Tom Cruise nei suoi Mission Impossible. Siamo sempre su un prato in mezzo al nulla sotto la pioggia, i miei compagni mi osservano a dir poco con una leggera impazienza...

-Andate pure, vi raggiungo - dico rassicurante.

-Ma non metti le ghette antipioggia?

-Ma no figurati, tanto gli scarponcini sono impermeabili.

Certo che lo sono, infatti l'acqua che scivola lungo la tuta cola direttamente dentro gli scarponcini che, essendo non impermeabili ma assolutamente impermeabili, non la fanno più uscire lasciandomi con i piedi a mollo fino a che non decido, alla prima stazione di servizio, di ricominciare tutto da capo, smontando di nuovo la borsa e svestendomi completamente nell'area di servizio.

E' bella la pioggia: è una benedizione per la pampa che l'aspetta con ansia, per i campesinos che all'alba scrutano il cielo ansiosi di dar da bere alla terra.

E' bella la pioggia, a volte.

Dino







domenica 15 gennaio 2017

Buon Viaggio!!!

E con oggi inizia ufficialmente il viaggio dei nostri 3 eroi, Franco, Dino e Claudio che arriveranno fra qualche ora a Ushuaia, riprenderanno le 3 moto parcheggiate e custodite negli ultimi mesi da Mauricio e inizieranno la risalita del continente Sud Americano, in cerca di avventure, posti da scoprire, gente da incontrare.


Noi li seguiremo da qui, ed io cercherò di fare il mio meglio per tenere questo blog ed il tragitto il più aggiornati possibile. Mi alzerò ogni tanto di notte, per darvi assistenza sul cellulare, per cercarvi qualche parente di ciclisti famosi, ma non c'è problema, noi saremo qui a supportarvi, in questa fantastica avventura! E un giorno chissà... anche io potrò forse partecipare a questo bellissimo viaggio!

PS: c'è già la nuova mappetta sulla destra, pronta a tracciare le orme dei nostri eroi!
PS2: e grazie anche per la maglietta... un po' strettina ma prometto che calerò per poterla indossare! ;)

martedì 10 gennaio 2017

Meno 5

Rieccoci qui, a 5 albe dalla partenza. 
I preparativi fervono, le "poderose" ci aspettano e c'è una certa frenesia in attesa dei voli che domenica prossima ci riporteranno ad Ushuaia.
Siamo sempre e solo noi 3 perché Fabrizio ha un sospeso da smarcare con il Registro Navale ed è un vero peccato non poter fare con lui neppure questo secondo viaggio.
Dino ha già preparato il bagaglio ma occorre qualche suo ripensamento per ovviare al peso spropositato raggiunto.
Claudio è appena rientrato da uno dei suoi giri sci alpinistici sulle Alpi ed ha rimesso in moto la macchina organizzatrice.
Oltre ai nostri 3 bagagli ho l'incombenza di trasportare un "bimbo" di 23 kg ​(che si vede in foto​).​ Contiene solo qualche beauty case ed il necessario per il trucco... Ovviamente scherzo. 
Si tratta di materiale per le moto che speriamo ci venga imbarcato sul volo interno di Aerolinas Argentinas senza intaccare troppo le nostre risorse economiche.
A Buenos Aires avremo un cambio d'aeroporto ed il passaggio in taxi lo prevedo un tantino difficoltoso: non sarà che l'inizio.
Mauricio, in questi 11 mesi da remoto, è stato di grandissimo aiuto. Ci ha permesso di parcheggiare le poderose nel suo giardino ad Ushuaia (vedi foto delle stesse nelle varie stagioni). Lo scorso agosto, quando ci ha comunicato che la dogana argentina aveva prolungato l'estensione del permesso di soggiorno delle poderose, è stata una tappa importante ed un grande sollievo. Ora non resta che ultimare i lavori di manutenzione, inforcare le moto e dirigerci a nord. L'obiettivo di massima è arrivare ai salares boliviani percorrendo, a cavallo delle Ande, un po' la ruta 40 argentina ed un po' la fantastica Carretera Austral cilena. Dopo Mendoza e Cordoba andremo verso la valle di Salta per attraversare il confine boliviano e dirigerci a Cochabamba, meta di questo secondo viaggio in Sud America. Perché Cochabamba? Sono certo che lo spiegherà Dino, con dovizia di particolari, in uno dei suoi prossimi post. Un arrivederci a chi ci aspetterà da casa ed un saluto a chi ci seguirà da remoto (in primis al nostro Grande co-Blogger Christian Pezzin) con un implicito invito per chiunque a commentare qui di seguito per tenere vivo il blog.

Franco




venerdì 9 dicembre 2016

Buenos Aires

Abbiamo vissuto Buenos Aires con troppo stress per averla apprezzata in pieno. 
Il caldo, l'ansia del ritiro delle motociclette, gli scontri ripetuti con la Dogana, con Aereolineas, con gli importatori, le telefonate in intercontinentale con l'Italia, per trovare una soluzione, i giorni che passavano senza poter far nulla, le benevole prese in giro in aeroporto dove eravamo diventati un caso, The three famous bikers che non riuscivano a sdoganare le motociclette!
Abbiamo trascorso gran parte del nostro tempo in aeroporto e negli uffici doganali: c'è stato soltanto un giorno, oltretutto di grande sconforto perché ci era stato detto che non sarebbe accaduto nulla, nel quale ci siamo rassegnati a fare i turisti a tempo pieno e ce ne siamo andati a spasso per la città.
Lo ammetto, eravamo prevenuti. 
Il viaggio, quello disegnato nella nostra fantasia, prevedeva lunghe galoppate in motocicletta immersi in spazi immensi; ritrovarsi ancora una volta costretti tra strade e muri, noi che trascorriamo in città gran parte delle nostre vite da prigionieri, ci aveva un po' sconfortati.
Abbiamo fatto il nostro dovere di viaggiatori, è stato quasi un obbligo, ma non era ciò che avrebbe soddisfatto i nostri desideri: e tutto ciò che ci è rimasto negli occhi ha dovuto trovare un proprio angusto spazio in quei pensieri che andavano altrove, alla strada, alla pampa, alla moto…
Abbiamo camminato passando da un quartiere all'altro cercando di navigare tra gli argentini che per lo più non conoscono la fretta ma trascinano  i piedi guardando le vetrine chiacchierando tra loro, vestiti in maniera improbabile e con colori che fanno a pugni.
Buenos Aires non ci ha stupito: è una metropoli con grandi viali, il centro storico stretto attorno a  Plaza de Mayo, il cuore della città e della vita politica. C'era una manifestazione con bandiere, cartelli e comizi: abbiamo provato a parlare con qualcuno dei partecipanti, giovani, anziani, famiglie, donne con i bambini nel passeggino. Protestavano per la mancanza di lavoro, per il precariato, per le condizioni di vita, la povertà, la casa.  Erano in tanti a manifestare il loro dissenso con il regime che stava cambiando intorno al monumento che ricorda la data della vittoria sulle truppe inglesi e la rivoluzione del 1810.

Il primo europeo a sbarcare in Argentina fu Amerigo Vespucci nel 1502, seguito pochi anni dopo da Sebastiano Caboto. 
Nel 1580 la Spagna fondò una colonia nell'attuale sito di Buenos Aires che dipendeva dal Vicereame del Perù. 
Nel contesto delle guerre napoleoniche dei primi anni del 1800, l'entrata in guerra della Spagna a fianco della Francia aveva offerto l'occasione alla Gran Bretagna di attaccare e conquistare il vastissimo impero coloniale spagnolo in America Latina, occasione che si concretizzò dopo la battaglia di Trafalgar del 21 ottobre 1805, in cui la flotta spagnola era stata annientata e  la Royal Navy aveva acquisito l'assoluto predominio sugli oceani. 
Con questo obbiettivo le forze militari inglesi s'impegnarono in una serie di tentativi di prendere il controllo delle colonie spagnole in America del Sud, le cosiddette invasioni del Rio della Plata.
Nel gennaio 1806, l'ammiraglio Popham con a bordo le truppe del generale Beresford  si diresse verso la foce del Rio della Plata, facendo sbarcare i soldati britannici a sud di Buenos Aires; il viceré spagnolo Rafael De Sobremonte, disponendo di modesti reparti regolari e riluttante ad armare le milizie locali, non oppose resistenza  e consentì alle truppe inglesi di occupare la città il 27 giugno.
La notizia della conquista britannica di Buenos Aires ebbe larga eco in Europa, ma la situazione sarebbe stata destinata a mutare rapidamente. Santiago de Liniers, un emigrato di origine francese, raggruppò soldati regolari e miliziani locali a Montevideo e attaccò il contingente britannico a Buenos Aires, costringendolo alla capitolazione il 12 agosto 1806. 
Un anno dopo, il 5 luglio 1807 un nuovo contingente di truppe britanniche di oltre 10.000 soldati al comando del generale Whitelocke, raggiunse Buenos Aires ed entrò in città, ma ancora le truppe miste di Santiago de Liniers diedero battaglia nelle strade. Dopo violenti combattimenti nel centro abitato, il 6 luglio lo Stato Maggiore inglese decise di sospendere le ostilità e firmò ancora una volta l'ordine di evacuazione.
Nel frattempo gli echi e le idee della Rivoluzione Francese e della Guerra di Indipendenza Americana si erano diffuse in America Latina, amplificando la nuova coscienza popolare derivante dalla resistenza alle invasioni britanniche e diventando la causa scatenante della prossima Rivoluzione di Maggio. I creoli nati nelle colonie si erano affermati nei ruoli militari e il successo della resistenza aumentò il loro desiderio di auto-determinazione. Forte della deposizione del Re di Spagna e della sua abdicazione in favore di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, un'assemblea popolare depose il viceré Rafael de Sobremonte e designò al suo posto Santiago de Liniers, organizzatore della resistenza, con un atto senza precedenti. 
La Rivoluzione di Maggio (25 maggio 1810) diretta principalmente da Manuel Belgrano costituì a Buenos Aires il primo governo formato nella sua maggioranza da criolli delle Provincie Unite del Rio della Plata.
Le campagne militari condotte dai generali Josè de San Martin e Simon Bolivar in terra argentina incrementarono le aspirazioni all'indipendenza dalla Spagna, che fu dichiarata finalmente a Tucumán il 9 luglio del 1816. 

Plaza de Mayo è delimitata al fondo dalla Casa Rosada, sede della Presidenza della Repubblica. 
Il palazzo rosa ospita gli uffici della presidenza e il Museo de la casa de Gobierno, che espone oggetti legati ai presidenti che si sono succeduti nel corso della storia repubblicana. La sistemazione definitiva dell'edificio, costruito su strutture preesistenti risale al XIX secolo, e il palazzo venne inaugurato  ufficialmente nel 1898
Dalla sua nascita la piazza ha sempre ospitato grandi manifestazioni e avvenimenti cruciali per il Paese, come la dimostrazione del 17 ottobre del 1945 per liberare Juan Domingo Peron o gli scontri del 2001 in piena crisi economica.
Le Madri di Plaza de Mayo con i loro commuoventi fazzoletti bianchi annodati sulla testa, da più di trent'anni ogni giovedì pomeriggio percorrono la piazza in senso circolare per rivendicare la scomparsa dei loro figli, i desaparecidos. I figli delle madri di Plaza de Mayo furono arrestati e detenuti illegalmente dagli agenti del regime del Generale Videla durante quella che fu definita la guerra sporca, e poi probabilmente assassinati e fatti sparire nella più assoluta segretezza.                      Si calcola siano stati almeno 30.000.
I bambini figli dei poveri sono tanti e li incontri per strada, di giorno e di notte, hanno facce smunte e grandi occhi senza aspettative: spingono carretti pesanti con le braccia magre, o camminano su e giù per i vagoni del metrò appoggiando sulle gambe dei passeggeri piccoli oggetti in vendita. 
Sono poveri figli di poveri, attori protagonisti del dramma dell'infanzia negata.
Bambino armato e disarmato
in una foto senza felicità
sfogliato e impaginato
in questa vita sola che non ti guarirà.

Crescerò e sarò un po' più uomo 
ancora un'altra guerra mi cullerà…

Ma dimmi 
qual è la piazza a Buenos Aires
dove tradirono tuo padre
il tuo passato assassinato, ormai
desaparecido.
 
Ragazzini corrono sui muri neri di città,
sanno tutto dell'amore
che si prende e non si dà, 
sanno vendere il silenzio, il male, la loro poca libertà, 
vendono polvere bianca ai nostri anni e alla pietà.
  Bambini, Paola Turci 1989
Le classi sociali sembrano estremizzate: i ricchi fanno di tutto per apparire come tali, con i simboli dell'abbondanza esposti sfacciatamente, dalle maxiautomobili ai Rolex, mentre i poveri e i mendicanti sembra abbiano perso anche l'anima, tanto da sembrare mucchi di stracci senza sguardo. 
Come le giovani prostitute, ragazze rubate mentre aspettavano il collectivo, violentate, drogate e spesso uccise: ne scompaiono a centinaia, ogni anno in tutta l'Argentina.
La Recoleta è un quartiere dal sapore retrò e dalle linee degli edifici di stile europeo con parchi, piazze e aree a traffico limitato che lo rendono molto vivibile, con i tanti caffè, ristoranti e gallerie d'arte; molto famoso il cimitero con il monumento funebre a Evita, sede di un incessante pellegrinaggio. Il quartiere si anima dopo le dieci di sera, con i suoi mille locali: far musica qui non è mai un problema a qualsiasi ora della notte.  Si respira un'atmosfera bohemien con concerti improvvisati, spettacoli di tango "on the road" e la Feria, il grande mercato del fine settimana che si svolge in Plaza Francia.
La sperequazione tra ricchi e poveri è sotto gli occhi di tutti, come le altre domande rimaste senza risposta in questo immenso Paese, che potrebbe essere ricco e felice se solo ritrovasse la coscienza di sé. Invece una tristezza di fondo pervade gli animi e la malinconia avvolge tutti  come un tango, nella consapevolezza e nella rassegnazione all'incapacità ad affrontare  gli enormi problemi  che i vari governi e le ricorrenti dittature hanno sempre manifestato.
La malinconia dell'irrisolto fa parte in qualche maniera dell'anima di questo popolo, orgoglioso di essere sudamericano ma che si esalta e si commuove quando sente parlare in italiano, alla ricerca continua delle proprie radici nel vecchio continente in una struggente nostalgia del passato, resa ancor più viva dall'incapacità a intravvedere una qualche ipotesi di futuro.
Il vecchio San Telmo costellato di ateliers e di botteghe di colori, con una bella piazza con un grande albero secolare; Puerto Madero, una volta pericoloso e malfamato, oggi una passerella di locali e ristoranti creati nei docks e affacciati finalmente sull'acqua, il luogo ideale per una passeggiata appena fuori dal centro: il parco biologico, sul Rio de la Plata, un grande polmone verde che offre la visione dello skyline di Buenos Aires. E poi Palermo, Belgrano… le milongas, l'anima di questa città, dove si respira la miscela di nostalgia e gioia di vivere, quintessenza del tango.

La nostalgia d'Europa permea tutte le maggiori espressioni della vita sociale: persino nel calcio, che qui conta più della religione, le squadre giocano e vincono seguendo modelli e schemi prettamente europei, basati sulla corsa, sul ritmo e sulla compattezza su cui si vanno a installare la tecnica raffinata dei grandissimi campioni che da sempre l'Argentina esprime, in antitesi ai rivali di sempre, i brasiliani, che questa mentalità non hanno mai digerito, pagandola a caro prezzo. 

La Boca, il quartiere popolare del porto dove vivevano gli immigrati italiani e spagnoli, ora esibisce  le sue case di lamiera colorata, con le mostre di quadri e i ballerini che si esibiscono sui marciapiedi. 
Tutti sconsigliano di addentrarsi nel groviglio di vicoli di Caminito dove un secolo fa nacque un tango con questo nome.  
Caminito, la strada degli artisti, dai  vivaci colori dei suoi muri e la Piazza dei Sospiri, quelli delle donne che vedevano salpare le navi con i loro uomini.
Persino nel rugby, sport europeo per eccellenza, gli Argentini hanno confermato questa tendenza riuscendo a esprimere una nazionale che è entrata nel ranking delle prime quattro del mondo e che annualmente si confronta con i maestri neozelandesi, australiani e sudafricani. Si sono anche concessi il lusso di mostrare alla vecchia Europa un gioco moderno, pratico ma arioso e veloce, fatto di organizzazione ma anche di fantasia e interscambiabilità dei ruoli che, dopo gli All Blacks, ha incantato Londra negli ultimi mondiali
E' stata definita in tanti modi, Buenos Aires: una città che vorrebbe rinverdire i fasti di un passato recente, una donna matura che mostra i segni del tempo, un'anziana signora elegante con il cappotto sciupato.

A noi è sembrata una città alla ricerca di se stessa, un grande immenso irrisolto, una metropoli sul mare dove il mare non si vede e soprattutto non si sente, non si avverte nell'aria, nei profumi, nelle atmosfere. Una città dalla vocazione antica, con i suoi caffè con le sedie di legno e i negozi di antiquariato, costretta a fare i conti con la modernità, la globalizzazione e i suoi contrasti stridenti: i souvenirs, i gadget, l'elettronica e i telefonini, le boutique grandi firme e i negozi di abbigliamento dal gusto pacchiano, i palazzi liberty e le favelas, le signore strafighe tacco dodici e minigonne vertiginose e i sin hogar, i senzatetto laceri e sporchi che frugano nell'immondizia. 

Scusaci, dolce Senòra, non siamo stati capaci di appezzarti in pieno, abbiamo cercato di prenderti come un bacio dato in fretta dentro a un portone, mentre tu, come una gran dama, vai assaporata piano, sorseggiata come un vino antico, respirata come una notte d'estate, vissuta come una figura di tango.

Dino